Intervista a Francesco Gesualdi

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di Redazione

Abbiamo incontrato il fondatore del Centro Nuovo Modello di Sviluppo

Francesco Gesualdi, sintetizzare in poche battute chi è e di cosa si occupa è davvero difficile! Attivista, allievo di Don Milani, fondatore con Alex Zanotelli della Rete Lilliput, autore di libri e noto anche per la sua attività di coordinatore e animatore del Centro del Nuovo Modello di Sviluppo a Vecchiano dal 1985. Lo abbiamo incontrato per parlare con lui del suo nuovo romanzo, “I Fuorilega del Nordest” (Dissensi 2011, 157 p., brossura).

Francesco, i protagonisti de “I Fuorilega del Nordest” si muovono nella giungla del lavoro precario, la parte debole di un già fragile sistema sociale, che ora si trova a pagare il conto più salato della crisi: il 63% dei posti di lavoro andati in fumo negli ultimi due anni erano atipici (tutti i dati qui riportati sono tratti dal Rapporto annuale dell’ISTAT). Come al solito abbiamo lasciato soli i più deboli?

Purtroppo così si fa da un trentennio, da quando soffia il vento liberista. Un tempo, quando vigeva lo spirito socialdemocratico puntavamo all’equità e alla solidarietà collettiva. Pertanto era normale che i più deboli ricevessero una protezione sociale tramite la tassazione dei redditi alti. Ma oggi che impera la logica del mercato e del profitto siamo tutti più soli ad affrontare i nostri problemi. Se in più ci si aggiunge che in nome della concorrenza, la maggior parte dei lavori sono precari e malpagati non deve stupire se il 25% della popolazione italiana è a rischio di povertà.

Essere precario vuol dire, oltre alla mancanza di tutele, guadagnare in media il 24% in meno rispetto ad un lavoratore standard. Vuol dire, in buona sostanza, perdere la libertà di guadagnarsi la propria indipendenza. Il tuo è una sorta di romanzo di formazione: come incide la precarietà nella definizione dell’identità dei tuoi personaggi e dei cittadini italiani?

La precarietà rappresenta l’elemento di rottura con il ‘900 e contribuisce a plasmare l’identità dei giovani d’oggi perché coltiva pessimismo e paura. Paradossalmente rischia di uccidere anche lo spirito di solidarietà perché quando ci si trova naufraghi in mezzo al mare può prevalere l’istinto animale che induce a salire sulla testa degli altri per aggrapparsi all’unica scialuppa di salvataggio. Per giunta le forze populiste hanno interesse ad attribuire la responsabilità della precarietà agli anelli più deboli della società e molti cascano nella trappola della xenofobia. Oggi, più che mai, è importante mantenere la lucidità di analisi per capire che la responsabilità di ciò che non va è del sistema, e che solo riscoprendo la solidarietà e rivedendo in profondità i meccanismi di funzionamento dell’economia possiamo garantirci un futuro.

Dal tuo libro abbiamo “estratto” il tema del lavoro, ma possiamo trovarci tutte le istanze sulle quali si è sempre concentrato il tuo lavoro: la diseguaglianza della globalizzazione, la tirannia del mercato controllato dalle multinazionali, la rincorsa insensata al mito della crescita. A tutto questo, anche attraverso una tua recente pubblicazione, hai risposto proponendo la sobrietà. Ci spieghi cosa intendi?

La sobrietà non significa ritorno alla candela o alla morte per tetano, ma capacità di soddisfare i nostri bisogni consumando meno risorse possibili e producendo meno rifiuti possibili. Il che si ottiene prima di tutto liberandoci dalla schiavitù dell’inutile e del superfluo, ma anche consumando più locale meno globale, facendo maggiore uso della bicicletta e dei mezzi pubblici, alimentandoci in maniera più semplice e naturale, facendo più attenzione allo spreco di corrente elettrica e di acqua, orientandoci verso la produzione diffusa di energia rinnovabile. Il tutto perché constatiamo che le risorse planetarie si fanno sempre più scarse, mentre i rifiuti sempre più abbondanti fino ad alterare gli equilibri naturali come mostra il caso dei cambiamenti climatici.

Credi anche tu, come Michele Serra, che “siamo seduti (da anni) sopra una polveriera sociale e facciamo finta di niente” (La Repubblica, 22 maggio 2011)?

Credo che siamo seduti non sopra una, ma sopra due polveriere: quella sociale e quella ambientale. Quella sociale è come un vulcano che solitamente fumiga, ma ogni tanto si manifesta in tutta la sua virulenza come hanno mostrato le rivoluzioni di primavera in Nord Africa e le sommosse nelle città inglesi in agosto. Moti che hanno tratto origine da fatti occasionali diversi, l’aumento del prezzo del pane in Tunisia, la morte di un giovane nero in Inghilterra, ma che hanno in comune lo stesso disagio sociale, la stessa rabbia per l’ingiustizia crescente, la stessa insicurezza sociale, la stessa frustrazione per la mancanza di prospettive in un mondo che concentra la ricchezza sempre di più nelle mani di pochi e che consente di orientare i capitali verso la speculazione finanziaria, invece che verso gli investimenti che potrebbero risolvere la disoccupazione e la mancanza di servizi sociali. Se non ci decidiamo a rivedere questa globalizzazione selvaggia, a difendere i salari e i diritti dei lavoratori a livello globale, a frenare la speculazione finanziaria, a reintrodurre sistemi di tassazione più equa, a risolvere il problema del debito pubblico sulle spalle dei forti, alla fine la gente si stuferà e giungeremo ad una nuova globalizzazione, finalmente quella della sommossa globale.

La polveriera ambientale è altrettanto grave e rende la soluzione dei temi sociali ancora più difficile, perché non può più basarsi sulla crescita come si credeva in passato. Piuttosto dovrà basarsi su una totale ristrutturazione: dei tempi di lavoro, della tecnologia, degli stili di vita, del funzionamento del mercato e dell’economia pubblica.

Senza svelare troppo la trama del tuo romanzo, possiamo dire che Riccardo, il protagonista, liberatosi dal precariato nostrano, si trova in Cambogia, una delle “fabbriche del mondo”, dove avrà modo di vedere come lo sfruttamento del lavoro si fa assoluto ed efferato. A quali riflessioni ti ha condotto accostare i due modelli di produzione e impiego?

L’aspetto che balza agli occhi, mettendo a confronto le condizioni di lavoro nei paesi di vecchia e nuova industrializzazione, è la tendenza a malpagare ovunque il lavoro, a ridurre ovunque le tutele sindacali, ad accrescere ovunque le differenze sociali. Certo nel Sud del mondo i salari sono ancora quindici-venti volte più bassi che nel Nord, ma in termini di potere d’acquisto sappiamo che il lavoro ha perso enormemente terreno anche nella nostra parte di mondo. Basti dire che fra il 1975 e il 2005, nei paesi più ricchi la parte di reddito andata ai salari si è ridotta del 10-15% a vantaggio dei profitti e ciò è all’origine dell’eccesso di finanza e dell’indebitamento crescente. Con la globalizzazione, il capitalismo ha tirato di nuovo fuori la sua faccia peggiore, il suo istinto a sfruttare il lavoro fino alla schiavitù. Ma le sommosse sociali e le turbolenze finanziarie indicano che oltre certi limiti l’ingiustizia sociale danneggia il sistema stesso fino a farlo implodere. Ancora il sistema sembra non averlo capito ed anzi si organizza per costruire un modello ancora più ingiusto, trovando nella politica una sponda decisa ad assecondarlo in tutti i suoi desideri, come mostrano i cedimenti di tutti i governi di fronte al ricatto della speculazione finanziaria. Il quadro non è incoraggiante e la nostra unica speranza è un risveglio di massa, a livello globale, che non sia solo protesta, ma capacità di proposta di un altro modello di società e di economia.

Un altro dei temi portanti del tuo romanzo è la (scarsa) integrazione razziale e la funzione di capro espiatorio assegnata allo straniero. Questo schema in Italia viene alimentato anche dalla politica e ha visto susseguirsi la fobia degli albanesi, dei rom, dei rumeni, dei cinesi, ecc. Secondo te è possibile interrompere questo circolo?

Come tutti sanno le bugie hanno le gambe corte e sono certo che ben presto gli italiani che hanno creduto alla Lega Nord, partito populista xenofobo per eccellenza, capiranno di essere stati gabbati. Un segnale in tal senso si è già avuto alle amministrative del maggio 2011. La Lega annaspa intanto perché la sua pretesa di protezione locale si infrange contro il suo credo nel capitalismo globale e non sapendo come mantenere le sue promesse punta ad una politica fatta di piccoli favori clientelari tipica della vecchia Democrazia Cristiana. E poi annaspa perché la gente si rende conto che il lavoro non si perde per la presenza dei pochi immigrati che fra l’altro si accontentano di fare i lavori più umili che gli italiani non vogliono fare. Il lavoro si perde per la crisi globale dovuta alla speculazione finanziaria del grande capitale internazionale e per la delocalizzazione produttiva anch’essa rispondente solo alla legge del profitto. Dunque sono certo che il tempo farà sgonfiare la deriva xenofoba, ma noi dobbiamo cercare di accelerarla indicando quali sono le vere cause del disagio sociale che ormai sta investendo tutte la fasce giovanili compresa quella del ceto medio.

In alternativa a questo schema conflittuale, quale modello si può proporre nell’interazione con l’Altro, con lo straniero?

Credo che il tema dell’immigrazione vada affrontato facendo appello al buon senso e ai nostri valori migliori. Il che significa prima di tutto capacità di soccorso verso chi rischia perfino la vita pur di fuggire da situazioni insostenibili dovuti a guerre, dittature e carestie. Siamo ricchi, possiamo permetterci di dare soccorso dignitoso alle poche migliaia di persone che giungono sulle nostre coste. Contemporaneamente dobbiamo avere una politica commerciale, economica, sociale coerente affinché vengano eliminate le cause che producono profughi. Non possiamo continuare a sostenere le dittature perché ci fanno comodo e poi chiudere le frontiere a chi cerca di fuggire. Lo stesso vale per chi arriva in cerca di lavoro. E’ dimostrato che le economie del Nord stanno invecchiando e solo accettando l’arrivo di centinaia di migliaia di giovani da altre parti del mondo possiamo sperare di risolvere i nodi legati ad una popolazione che invecchia. Consci di questa situazione dovremmo mettere in atto tutte le iniziative culturali, sociali e politiche per favorire la compenetrazione. Il che significa innanzi tutto smettere di gridare all’odio etnico e valorizzare, invece, le ricchezze di ogni cultura. Inoltre dovremmo garantire agli stranieri totale parità di diritti non solo sociali, ma anche politici, perché le esclusioni creano sempre tensioni. In fin dei conti alla cultura della chiusura e dell’esclusione dobbiamo contrapporre la cultura dell’apertura e dell’inclusione perché la prima genera conflitto, la seconda vantaggi reciproci.

“I Fuorilega del Nordest” è anche la storia di un’acquisizione di consapevolezza, di una voglia crescente di dire basta e di impegnarsi per cambiare davvero le cose. Uscendo dall’invenzione, credi che movimenti come quello degli indignados e del popolo dell’acqua possano essere il preludio ad una primavera occidentale?

La storia è sempre un intreccio di forze che si muovono in più direzioni. La più potente è quella più appariscente che imprime il corso della corrente, ma sappiamo che sotto la superficie si muovono anche correnti contrarie che col tempo possono ingrossarsi a tal punto da cambiare il corso della storia. Tutto questo per dire che da trenta anni faccio parte di movimenti che si battono per più equi rapporti Nord-Sud, per la difesa dei diritti dei lavoratori a livello globale, per nuovi stili di vita. Tutto ciò che è scritto nel romanzo, compreso l’ultimo capitolo, quello della ribellione, è la ricostruzione letteraria di ciò che ho vissuto in prima persona. Ho vissuto e organizzato molte lotte che mi hanno dimostrato quanto il sistema sia più fragile di quanto immaginiamo e di come sia possibile vincere i colossi al di là di ogni speranza. Mi riferisco al consumo critico, alle campagne contro Del Monte, Nike, Chicco Artsana, alla campagna Abiti Puliti. La vittoria del referendum per la pubblicizzazione dell’acqua è un’altra conferma di un vento che sotto traccia si sta gonfiando. La storia dirà quando sarà capace di dare i suoi frutti in forma ampia e visibile. A noi è solo chiesto di aggiungere il nostro soffio affinché diventi un pochino più forte.