Desencuentro con Santiago del Cile

Il Cile attraverso gli occhi di Giusy, una giovane donna italiana che vive e insegna a Santiago. Una città e un Paese che traboccano di paradossi, rigidità e difficoltà, ma tra le cui strade ci si può imbattere nell’umanità autentica dei più deboli e di sé stessi.

Santiago del Cile. Foto di Alobos LifeSantiago del Cile. Foto di Alobos Life

di Giusy Borrelli

Cile – Arrivare a Santiago, che sia inverno o estate, può cambiare la percezione delle stagioni: la Cordillera innevata con il gelo che ti penetra nelle ossa o l’asfalto rovente che manda in combustione i neuroni. C’è da sentirsi schiacciati dall’imponente struttura dei grattacieli a Santiago, asfissiati a loro volta dalla magnificenza di montagne oltre le quali è difficile scorgere un altro mondo possibile. Santiago è una città estrema: estremi sono i ritmi di lavoro, estrema l’indifferenza che si respira per le strade, estrema l’escursione termica, ma altrettanto estremo è l’Amore che vi puoi ri-trovare e che ti avvicina all’Altro. Qui in Cile ho imparato la bellezza della parola “desencuentro”, di cui non riesco a trovare un corrispettivo in italiano: l’Altro a Santiago non riesci a incontrarlo, accumuli piuttosto una serie di desencuentros [Trad. Incontri mancati, falliti NdR] nel treno sul quale sali, nel bus che al mattino ti porta al lavoro, in uno sguardo che ti sfiora o in un sorriso che regali. E così l’incontro con l’Altro si trasforma nell’incontro con te stessa, incontri l’Altro nella misura in cui scendi nelle viscere del tuo essere, lo esplori, lo navighi, lo conosci, lo riconosci e il miracolo della vita prende forma.

Murales a Santigo. Foto di Giusy Borrelli
Murales a Santigo. Foto di Giusy Borrelli

I cileni vanno compresi: non puoi dare per scontato un sorriso, un gesto di gentilezza, una parola d’amore da parte di chi non solo è costretto a lavorare più di 10 ore al giorno, ma non riesce neanche ad arrivare a fine mese. E questo è solo l’inizio della schiavitù capitalista alla quale l’80% della popolazione del Cile è sottomessa. Quando lo Stato non ti dà nessuna opportunità di miglioramento, nessuna possibilità di studiare, nessuna chance di condurre una vita “normale” (e per normale intendo una vita semplice ma autentica) ecco che spunta il più grande amico e nemico di tutti i cileni: la banca. Così ti indebiti per studiare, per pagare le bollette, per comprare una maglia, per viaggiare, per vivere. E la tua vita finisce nel vortice infinito e vizioso del dover dimostrare al mondo che ce la stai facendo. Ma è vero che ce la stai facendo, o è il trionfo del sistema?
Così ogni giorno mi ricordo quanto io sia, invece, fortunata: sono fortunata perché anche se travolta dagli alienanti ritmi di vita cileni, non mi sono dovuta indebitare; perché anche se sono figlia di questa povertà materiale sudamericana, sono stata premiata con tanta abbondanza; fortunata perché ho 31 anni e ho la possibilità di fare della mia vita quello che voglio e questa libertà non ce l’hanno tutti i cileni.
Ci sono tanti paradossi qui a Santiago, si diramano come le radici di un albero. Uno di quelli che io vivo ogni giorno è la scuola, dove perbenismo, ordine, organizzazione, e solennità delle dinamiche educative celano il vero volto della città.

In Cile i bambini sono l’oggetto di studio continuo di psicologi, psichiatri, psicopedagoghi in un contesto in cui la vulnerabilità umana di alunni e professori è all’ordine del giorno, insieme alle difficoltà di comunicazione – spesso alimentata dall’alterazione psico-fisica indotta dai farmaci somministrati in quantità allarmanti – e di comprensione, umana e accademica. Questa incomunicabilità sfocia talvolta addirittura in episodi di improvvise, insensate, ingestibili reazioni verbali e fisiche. E se attraverso l’insegnamento provi ad umanizzare i contesti, si leva la voce del sistema che frena le iniziative.

Foto di di Giusy Borrelli
Foto di di Giusy Borrelli

Si ha fame di umanità a Santiago … Dopo aver passato 10 ore al giorno tra le mura di questo “manicomio educativo” (così lo chiamo io!) esco tra la gente in cerca di quello a cui i miei occhi da sempre sono abituati. A Napoli ero abituata a ritagliarmi brevi momenti al mare, a guardare il tramonto sulla spiaggia abbandonata di San Giovanni, alle spalle della Biblioteca. Qui, uscita da scuola, quello che sento non è il richiamo alla normalità (tantomeno alla normalità occidentale, europea) e non è la nostalgia di casa, ma la necessità di una visione d’umanità. E così cammino su La Alameda, la principale strada che collega il centro della capitale cilena, gremita di persone a qualsiasi ora del giorno. Qui posso incontrare il venditore di libri di mandala, con cui mi fermo spesso a parlare della vita. Per sopravvivere a questo sistema di alienazione e di perdita di identità, lui ha deciso di ribellarsi alle convenzioni e riscrivere le pagine della sua storia, ricominciando dalla strada, dove trascorre le sue giornate. Alla fine di una delle nostre chiacchierate, mi abbraccia e mi dice: “Flaca (che in italiano letteralmente significa “magra”, ma che qui è un vezzeggiativo affettuoso) corri dove sei felice. Lascia il lavoro e vai per strada”. E così cammino per strada con il sorriso nel cuore, perché, dopo tanti giorni, mesi, senza sguardi, senza abbracci, senza baci, mi risento leggera e piena d’amore!