Le poesie di Nizar Qabbani raccontano la Siria innamorata

“Amami... lontano dalla terra della repressione, lontano dalla nostra città sazia di morte. Aleppo assediata, ultimo giorno 15/12/2016”. Fra i messaggi lasciati sui muri di Aleppo questi versi del poeta siriano Nizar Qabbani ci ricordano che dentro ogni guerra si continua ad amare.

graffiti ad aleppo

di Roberto Todisco

In Siria la poesia non è affare da salotti, roba buona per trascorrere una serata con un bicchiere di vino in una mano e lo smartphone nell’altra. Né è una cosa polverosa da accademia, da tenere ben segregata nelle biblioteche e nelle (semi vuote) aule universitarie. La poesia è vita, è sangue, è corsa, è, a volte, tutto quello che ti rimane. La poesia è l’archivio collettivo dell’umanità, il luogo che custodisce tutti i sentimenti, le aspirazioni, le storie, i fallimenti e la grandezza di quello sperduto abitante del pianeta terra che è l’Essere Umano. È per questo che abbiamo la possibilità di incontrarci l’un l’altro in qualunque angolo del pianeta, e parlarci, perché abbiamo una lingua comune, quella della poesia.
Credete stia esagerando? Se pensate alle vendite dei libri di poesia in Italia o alla capacità media di un occidentale fra i 20 e i 40 anni di citare un solo verso a memoria, probabilmente avete ragione. Ci sono parti del mondo, però, in cui la poesia ha ancora quel ruolo vitale che ha sempre avuto nelle comunità umane, addirittura fondativo. La Siria è senza dubbio uno di questi luoghi.

Amami…
lontano dalla terra della repressione,
lontano dalla nostra città sazia di morte

Da qualche settimana il mondo ha conosciuto questi versi di Nizar Qabbani, uno fra i più grandi poeti in lingua araba del secolo scorso, non grazie ad un importante seminario o perché siano stati usati per una pubblicità natalizia in televisione, ma perché qualcuno li ha scritti con una bomboletta rossa su un muro di Aleppo Est, prima di lasciare la città, alla fine dell’assedio. Molte persone hanno voluto imprimere il proprio segno sulle pareti scalcinate della seconda città della Siria, così che chi venisse dopo di loro, chi si stava per prendere le loro case, le loro scuole, i loro bar, le loro librerie, dovesse fare i conti con le parole incandescenti degli assediati.

Amami senza preoccupazioni
e perditi nelle linee della mia mano.
Amami per una settimana, per qualche giorno
o solo per qualche ora… non mi interessa l’eternità.
Io sono come ottobre allora… abbattiti
come fulmine sul mio corpo.

Immaginate di essere nella vostra città e che un intero esercito, che in teoria dovrebbe essere anche il vostro, supportato dalla seconda potenza militare al mondo, vi assedi per anni, togliendovi tutto, portandovi alla fame, distruggendovi i palazzi, le strade e le piazze, trasformando ogni cosa in quel panorama indistinto e grigio che unisce tutti i paesi in guerra. Immaginate che alla fine la città ceda all’assedio e siate costretti a concedere una resa incondizionata, una resa che vuol dire lasciare la città, essere deportati. Lasciarla da vivi o da morti, questa la scelta. Immaginate cosa si provi, un momento prima di salire su uno di quegli autobus verdi che stanno lì in colonna, col motore acceso e che vi porteranno via da tutto quello che è vostro (la scuola dove hai visto per la prima volta quella ragazza, il cinema dove hai imparato a sognare, il ristorante dove sei riuscito finalmente a parlare con tuo padre). È in momenti come questo, quando credi che il linguaggio non basti a contenere i sentimenti che ti scoppiano dentro, che la poesia viene a soccorrerti, per darti le parole giuste.

Le immagini sono tratte dal doodle che Google ha dedicato al 93° anniversario della nascita del poeta
Le immagini sono tratte dal doodle che Google ha dedicato al 93° anniversario della nascita del poeta

Non è un caso che siano stati i versi di Nizar Qabbani ad essere stati graffitati su quel muro di Aleppo Est (secondo quanto ci dice Zaina Erhaim a farlo è stato il giovane Haleem, per mandare un messaggio d’amore alla sua ragazza in Turchia).
Qabbani per oltre 50 anni ha dato voce al popolo arabo, soprattutto a quella parte che di solito, in quei paesi, non ce l’ha. Le donne innanzi tutto. Pur essendo stati i suoi versi, che parlano esplicitamente di sesso, di desiderio, di corpi e soprattutto di amore, vietatissimi in gran parte del mondo arabo, sono conosciuti a memoria da generazioni e generazioni di giovani innamorati.

È dall’infanzia che cerco
di raffigurare il mio paese.
Ho disegnato case
ho disegnato tetti
ho disegnato volti.
E minareti dorati ho disegnato
e strade deserte
dove sdraiarsi per lenire la stanchezza.
Ho disegnato una terra chiamata metafora,
la terra degli arabi.

Nizar Qabbani è nato a Damasco, in Siria, nel 1923. Comincia a scrivere poesie a 16 anni e nel 1945 si laurea in Giurisprudenza all’Università di Damasco e inizia una carriera da diplomatico che lo porta al Cairo, Beirut, Londra, Istanbul e Madrid e in Cina. Nel 1966, dopo la presa del potere in Siria del partito Ba‘th, si ritira dalla vita pubblica e si trasferisce a Beirut per dedicarsi completamente alla scrittura. Lì fonda la casa editrice Manšūrāt Nizār Qabbānī (Pubblicazioni di Nizar Qabbani). I suoi libretti di poesia, tenuti nascosti dai ragazzini sotto i cuscini, per leggerli di nascosto la sera, e dalle loro madri nelle borsette, contengono materia incandescente: donne che negli anni cinquanta rivendicano il diritto di interrompere la gravidanza (“Abortirò… / non voglio per lui un padre così spregevole!”); rapporti lesbo (“È forse perversione, sorella, / se una mela vuol baciare un’altra mela?”); inviti all’amore libero; prostitute che denunciano l’ipocrisia degli uomini (“giudici […] troppo codardi per essere giusti”).

“L’amore nel mondo arabo è prigioniero e io voglio liberarlo. Voglio liberare l’anima araba, i suoi sensi e il suo corpo con la mia poesia. I rapporti tra uomini e donne nella nostra società non sono sani”.
Nizar Qabbani

Soprattutto Nizar Qabbani è stato il poeta delle donne. Non solo ne ha cantato magnificamente la bellezza (bellezza tutt’altro che idealizzata, fatta di carne, odori e gesti), ma molto spesso ha dato loro direttamente la parola, scrivendo poesie dal loro punto di vista. Probabilmente a segnare il poeta e fornirgli questa sensibilità è stato un evento drammatico, il suicidio di sua sorella costretta a sposare un uomo che non amava. Da quel momento con la sua poesia ha svolto una sistematica opera di liberazione, con l’unica arma che un poeta ha a disposizione: l’amore. Non tragga in inganno tuttavia questa scelta. Scrivere poesia d’amore non significa parlare d’altro, toccare temi leggeri, buoni per adolescenti invaghiti. Per Nizar Qabbani l’amore è una questione eminentemente politica, si tratta, come detto, di un atto di liberazione. È il tentativo, in un mondo dominato da stati etici, di riportare il fulcro dell’esistenza all’individuo, sottraendolo ai governi.

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Google

Se sei mio amico…
aiutami a lasciarti.
Se sei il mio amante…
aiutami a guarire da te.
Se avessi saputo che l’amore era così pericoloso…
non avrei amato.
Se avessi saputo che il mare era così profondo…
non avrei navigato.
Se avessi saputo quale sarebbe stata la mia fine…
non avrei iniziato.
Ti desidero,
insegnami a non desiderare…
Insegnami
come sradicare dal più profondo le radici del tuo amore…
Insegnami
come le lacrime muoiono negli occhi…
Insegnami
come muore il cuore…e come si suicidano le passioni.
Se sei profeta,
liberami da questo incantesimo,
salvami da questa miscredenza.
Il tuo amore è blasfemia,
purificami…
Se sei forte…
portami via da questo mare in tempesta…
io non so nuotare
e le onde azzurre nei tuoi occhi…mi trascinano verso
l’abisso.
Io non ho esperienza nell’amore,
e non ho neanche un battello.
Se ti sono così cara, allora…prendimi la mano.
Io sono innamorata dalla testa ai piedi.
Io respiro sott’acqua…
Io annego…
annego…
annego…

Nizar Qabbani sceglie un linguaggio apparentemente semplice, vicino a quello parlato nelle strade della sua Sira, nelle cucine, nelle camere da letto. Utilizza immagini dirette, materia elementare che però costruisce meravigliosi impianti poetici. Le sue poesie vengono lette nei caffè, nei parchi, negli uffici. Vengono scritte sui muri. Molte vere e proprie star della musica araba, fra gli altri egiziani Umm Kulṯūm, Muḥammad ‘Abd al-Wahhāb, ‘Abd al-Ḥalīm Ḥāfiẓ, Nağāt al-al-Ṣaġīrah, l’iracheno Kāẓim al-Sāhir, le libanesi Fayrūz e Māğidah al-Rūmī, la siriana Aṣalah Naṣrī, la tunisina Laṭīfah al-‘Arfāwī, interpretano i suoi versi, estendendo la sua popolarità oltre i confini geografici e generazionali.
Leggere oggi Nizar Qabbani, mentre abbiamo negli occhi le immagini di Aleppo distrutta e i video dei siriani assediati che twittavano i loro ultimi messaggi dalle loro case, ha tuttavia un senso che va ben oltre il suo comunque indiscutibile valore letterario e la sua bellezza: significa riappropriarsi di un’immagine del mondo arabo che non è fatto di attentati, di ISIS, di estremismi e di morte. In Siria, come in ogni paese del mondo, si continua a ridere, ad innamorarsi, a fare l’amore, magari anche nascosti in un rifugio antiaereo. Per questo occorre continuare a raccontare un altro Medio Oriente, come fa ad esempio SiriaLibano e come fanno i tanti giornalisti che ogni giorno rischiano la vita perché, dopo le bombe, non si spenga la luce.

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Scrive Nabil Salameh, cantautore e giornalista libanese, leader dei Radiodervish, nella sua introduzione al volume “Le mie poesie più belle”, l’autoantologia di Nizar Qabbani curata insieme a Silvia Moresi uscita da pochi mesi e che colma una lacuna nel panorama editoriale italiano:
“In quest’epoca triste e drammatica che attualmente il Medio Oriente vive, credo che sia estremamente importante tentare di mutare il tipo di narrazione di quell’angolo di mondo. La società araba spesso raccontata solo attraverso tragiche immagini che seguono un certo sensazionalismo mediatico, appare una società monolitica e statica senza via d’uscita, popolata solo da uomini e donne passivi, ignoranti e pericolosi. Il mondo arabo, invece, nella sua complessità, è un mondo ricco di sfumature, intellettualmente vivo e vitale. Un quadro obiettivo di questa società che restituisca anche quella salvifica ancora custodita nelle viscere del Medio Oriente, può essere posto solo dalla diretta voce dei suoi scrittori e intellettuali. Oggi i versi di Nizar Qabbani, voce laica d’Oriente, riescono a far riscoprire i frammenti perduti di quella realtà sociale”.