Monika Bulaj ci racconta la sua Altra Europa

"Orientarsi viene dalla parola oriente. A caso? Cosa sarebbe l’Europa senza il suo Oriente? E dove inizia questo Oriente?" Intervista esclusiva de Le Storie di Altro alla fotografa viaggiatrice Monika Bulaj.

monika

di Marina Ferrara

Il suo viaggio attraverso l’Altra Europa non sembra proporsi come un’esplorazione dell’Oriente europeo, quanto come un tentativo di esplorare il cuore (geografico e non solo) dell’Europa tutta. Ha trovato il cuore dell’Europa?

“Orientarsi” viene dalla parola “oriente”. A caso? Cosa sarebbe l’Europa senza il “suo” Oriente? E dove inizia questo Oriente? Vengo dalla Polonia, il Paese in perenne bilico tra l’Occidente e l’Oriente e con la sua smania di essere il centro d’Europa e allo stesso tempo il suo bastione, l’antemurales christianitatis per eccellenza.
Avevo spesso la sensazione che proprio questo Oriente della Polonia che fu, i suoi mondi minori attorno ai quali per secoli il mio Paese gravitava – la tradizione bizantina trapiantata nei boschi di bettulle, la potente presenza ebraica e l’ ombra della Mezzaluna – fossero le nostre più fortunate occasioni d’incontro e forse anche quelle più perdute.
Le tracce di queste zone di frattura, di confine e allo stesso tempo d’incontro, esistono ancora: le sento come le schegge preziose di uno specchio rotto. Forse, una volta, il cuore d’Europa batteva proprio su questa linea di faglia che iniziava a Trieste, saliva a Sarajevo, si perdeva tra Budapest, Praga e Cernowitz per spingersi fino a Gerusualemme del Nord – la Vilna barocca, e ancora oltre, fino a Riga.
Non saprei cosa oggì sia il cuore di Europa, ne se l’avessi trovata. Anche se sempre più spesso, viaggiando oltre il suo limes orientale, mi chiedo cosa oggi per un europeo vuol dire l’identità europea.

Il suo viaggio sembra percorrere due sentieri: quello delle lingue e quello delle fedi. Ci parla di questa scelta? Questa è stata realmente una scelta o ritiene che fedi e lingue fossero le uniche due strade percorribili?

Per le lingue mi spinge forse la formazione filologica e il fatto di abitare in bilico, in modo doloroso e creativo allo stesso tempo, tra il polacco e l’italiano. Poi, nelle parole e nella grammatica, non vivono i nostri antenati? E le religioni non sono fatte per farci parlare con loro, trovare un sentiero che vi ci porta, l’andata e il ritorno?

Una domanda banale:cosa cercava?l’ha trovato?

Non ho ancora comminciato a chiedermelo, non lo so, è così impegnativo solo a pensarlo!
Si ricorda “Il cielo sopra Berlino” di Wim Wenders? Gli angeli che ascoltano voci e sogni delle persone? E’ fantastico. Magari mi verrebbe un terribile mal di testa se lo facessi, come loro, per professione. Ma guardare le genti, immaginare cosa sognano, e cercare di convertirlo in immagine, non è stupendo? Ecco una simpatica definizione del fotografo: “convertitore”. Uno dei piu creativi “convertitori” potrebbe essere lo svedese Anders Petersen. E Michelangelo Caravaggio, quell’inquieto fotografo dei bassifondi che scavava luce nel buio, lo proiettava sulla tela, e il dolore dei suoi protagonisti l’ha vissuto sul proprio corpo.

La sensazione che ho spesso davanti alle sue foto è che nascono dal tentativo di strappare dall’estinzione certi mondi che tramontano. Molto sta cambiando, ma cosa sta sparendo per sempre in Europa? Cosa si sta irrimediabilmente perdendo?

Non si sta perdendo la bellezza, il genius loci, la sensazione di trovarsi in un posto unico, con suoi odori, giochi di parole, ombre e misteri? I luoghi diventano uguali, di plastica, non devono più stupire ma dare le conferme. Viaggi ma sei sempre nello stesso posto, o nel parco-giochi, come Venezia o Praga.
Non si sta perdendo il saper goder tempo, perder tempo, saziarsi del tempo e il senso dell’ospitalità antica e della convivialità? Non si sta perdendo la frugalità, il piacere dell’essenziale che non sia il vizio dopo aver vissuto in abbondanza o la vacanza dall’eccesso e dalla gastrite, ma la vita semplice e allo stesso modo piena, vissuta sul serio?
In Europa l’uomo non perde, come un ombrello, il proprio viso? E persino il proprio corpo? Dopo mesi che ho passato in Afghanistan a fissare gli sguardi e i volti delle persone, la prima visione delle persone che camminano in un aeroporto europeo, in una città europea, era un chock. Siamo davvero così brutti? Cosi impacciati? Così deformi? Così buffi? Dove è lo stupore, la meraviglia, la nobiltà, la purezza che si leggeva nei volti europei di Henri Cartier Bresson o Robert Capa?
Perdendo l’uso delle mani, la benedizione della fatica e del sudore impostoci dal Signore, negli individui che si specchiano negli schermi della tivù si trasforma tutto, dall’andatura e la pettinatura allo sguardo. L’Italia ne è l’esempio oltre al limite: qui c’è in corso la Grande Rivoluzione Culturale per clonare l’Uomo Nuovo, Homo Mediaticus: il reality show in diretta, la morbosità del brutto in tempo reale, devasta ormai generazioni intere. Lo leggi persino nei volti dei bambini: gli viene rubata la magia con il consumismo di cui sono le vittime e il perpetuum mobile, gli viene rubata la nostalgia dell’irraggiungibile, gli viene rubata la benedizione della noia e dell’essenziale – la molla dell’immaginazione.

Della sua fotografia mi affascina molto l’equilibrio tra estetica e narrazione: i suoi scatti sembrano finalizzati al raccontare (luoghi, persone, culture, situazioni, ecc.), eppure l’estetica e la composizione non passano mai in secondo piano. Allora, quando lei è spinta a scattare? Davanti ad una Bella storia o ad una Bella immagine?

La storia in sè non basta, bisogna raccontarla ed interpretarla. La storia, il tema, il progetto, mi aiuta a non perdere orientamento e a realizzare un lavoro coerente, completo anche se mai definitivamente finito. E’ una bussola: allo stesso tempo un obiettivo e un limite. Bisogna dopo comporre con gli elementi che legano e narrano. Infine, non conta “il cosa” ma “il come”.
E pensare che per secoli la pittura europea esplorava una quantità limitata di temi. Tutto alla fine dei conti ruotava attorno al Gethsemani.
Dall’altra parte, c’è la voglia di esplorare, di sfidare i limiti e di andare oltre, verso la pura bellezza, l’incanto, il rapimento. La tensione creativa passa forse tra le due cose.

Mi affascinano molto i “meticciamenti” e in Genti di Dio ne ho trovati di straordinari esempi (penso ai karaimi o ai tartari ). Queste forme di contaminazione hanno poco a che fare con l’omologazione globale, sono compenetrazioni culturali che però generano nuove identità. Questo approccio aperto può essere secondo lei, se adottato su scala globale, la chiave per evitare l’estinzione culturale?

Oggi l’Altro è a portata di mano, lo si puo annusare e toccare, è il nostro vicino di casa. Ma genera sconforto, fa paura. I luoghi comuni e gli stereotipi predicati dai media ci tengono in pugno, ci manipolano, annestetizzano, spingono nell’inerzia, consumismo, indifferenza, e sopratutto tolgono la voglia di vedere di persona come davvero stanno le cose – di partire, per liberarsi dal giudizio e dalla paura. Talvolta partire, vuol dire bussare alla porta accanto.

Il viaggio è più di un leitmotiv nella figuratività moderna e cosiddetta “postmoderna”; è quasi un motore, un volano, e nelle sue fotografie questo mi pare più che mai vero. Da fotografa e da individuo, lei come vive il viaggio?

Non distinguo la fotografia dalla mia vita, è una cosa sola.
La fotografia è una neccessità, sono stata graziata di poterla far diventare il mio mestiere. Lo stesso vale per il viaggio. La mia fotografia nasce nel cammino, è camminante (oltre ad essere il frutto delle lunghe attese), e lo sguardo parte dai piedi: si affilano i sensi, come le lame dei coltelli e allo stesso tempo le cose inutili si staccano, diventi leggero, più paziente e più veloce. Ho scoperto che non esiste il limite dell’essenziale. Con pane, caj e cavallo tra i nomadi negli spazi immobili del Pamir potrei andare avanti per mesi.
Anche se mi preparo moltissimo, lascio che il viaggio mi faccia, mi abbandono completamente alle persone che incontro, mi affido. La solitudine è l’unica e la più importante condizione per farlo.
Quello che segue è la felicità, immensa, dell’incontro con le persone di cui talvolta non condivido nemmeno la lingua. Succedono miracoli.
Poi, vivo il viaggio come una forma di attenzione assoluta e di disciplina interiore. La presenza nel Tempo.
Chatwin se ne interrogava, ossessionato, di questa neccessità del moto nell’umano. Io ho smesso di averne sensi di colpa.

Mi sorprende sempre il “tempismo” dei suoi scatti. Da spettatrice ho la sensazione che nei suoi ritratti i protagonisti spesso si sono accorti di essere fotografati e guardano in camera, ma non se ne sono accorti da abbastanza tempo da alterare la spontaneità e assumere una posa. E’ una conseguenza del suo modo di fotografare o un effetto che lei ricerca volontariamente?

Nasce forse dal mistero di un rapporto che si stabilisce tra due persone. Bisogna addomesticare l’Altro, come faceva il Piccolo Principe con la volpe, rendersi sopportabile, tollerato, o adirittura farsi un pò amare. Talvolta questo accade in un attimo, in un’atto di folgorazione, o persino anticipa l’azione, il reale, nel tempo che va a rovescia, come nel sogno (legga, legga Florenskij). Un pò di magia, dunque: io solo indovino ciò che accade a tal punto che quando accade è gia “mio”. Talvolta serve molto tempo, e ho imparato ad avere molta pazienza, potrei fondare l’Istituto Superiore della Pazienza e delle Interminabili Attese e diventarne la badessa. Non uso tecniche ne strategie di conquista. Ogni situazione è completamente nuova, ogni giorno commincio daccapo. La fotografia è l’espressione più naturale del mio stare assieme con le persone. Mi da semplicemente gioia.
Non saprei come faccio per ottenere un determinato “effetto”, reagisco d’istinto. Ho paura di “ritoccare” la realtà, spostare le persone anche solo di un centimetro per evitare par esempio una fuga di luce: vorrei acchiaparle come pesci vive nelle rete. E poi, quando una persona mi guarda – lei dice che “assume una posa”- anche questo può essere molto ma molto interessante: vuole farci vedere qualcosa di se? Mandarci un segnale? Lasciare un segno, un’auto-rappresentazione di sè?Nell’Altro tutto è cosi interessante. Magari quel mistero è legato con la morte, chissà. Magari l’Altro è uno specchio, come ci dice Buber: “Io” non esiste senza “Tu”. Il suo sguardo è, sopra ogni cosa, la risposta al mio: sono per lui quello che lo porta oltre, lo fa viaggiare verso gli altri, e lui lo sa.
O semplicemente è curioso, intenerito di me quanto io sono di lui. Si, la fotografia è una cosa su sul serio interessante: un furto, una seduzione e un atto d’amore nello stesso istante. Un oceano di emozioni che solo la macchina fotografica rende sopportabile.
Ma forse tutto questo non basta: scatto perche devo farlo, colpita da qualcosa, perchè il mio sguardo ne diventa prigioniero, e sono spinta da qualcosa che mi fa fare, quasi io fossi uno strumento – e grazie a Dio ho un po di padronanza di diaframma e tempo- e allora non sono più io che la faccio, tutto qui. Un pò di mistica, dunque. E poi, last but not least: il puro divertimento, il gioco, il godimento. Quello che accade tra me e lui, quello che riesco rubargli con il suo disarmato consenso, quello che mi da lui, come si da, come si consegna. E poi, ancora, il massimo delle mie aspirazioni: diventare una parete, un pezzo dell’arredamento, sparire. Succede.