L’anno in cui il Regno Unito si scoprì umano

Il voto delle elezioni politiche anticipate nel Regno Unito restituisce un paese ancora diviso, ma con una forte voglia di politiche sociali e di accoglienza. Vi raccontiamo l'altra faccia della Brexit attraverso piccole storie di pensiero differente.

Regno UnitoFoto di Tomek Nacho

di Laura Pacifico

24 giugno 2016 – 8 giugno 2017, un anno vissuto sull’orlo di una crisi di nervi dal Regno Unito. Sono passati dodici mesi esatti dal referendum con il quale i cittadini di Sua Maestà sono stati chiamati a decidere fra “exit” e “remain”, dentro o fuori dall’Unione Europea. Oggi come allora per gli abitanti del Regno Unito è un risveglio post elettorale confuso, inquieto, sospeso da un paese diviso a metà.

L’anno scorso, a dispetto dei sondaggi, dei precoci proclami di vittoria pronunciati la sera precedente dai Laburisti e delle recriminazioni del movimento indipendentista d’ultra destra Ukip; a dispetto anche degli appelli del Primo Ministro Cameron, promotore del referendum ma sostenitore convinto del remain, il 50.23 per cento degli inglesi decide di darci un taglio con l’Europa, l’UE e il Mercato Unico, insomma, con tutto quello che rimanda anche lontanamente all’idea di condivisione.  Un cambio di rotta rischioso per chi lo attua e ancor più pericoloso per gli oltri 2 milioni di cittadini europei regolarmente residenti in UK. È difficile sapere quanti di questi abbiano progetti di vita reali e a lungo termine lontani dalla madrepatria, ma l’elevatissimo grado di integrazione sociale raggiunta dai più da da pensare.

Brexit è sinonimo di insicurezza, instabilità ma forse anche un modo per riscoprire parte di quell’umanità che si riteneva fosse andata persa al punto tale che se si prova a googlarlo lo si trova ricorrentemente associato al termine ‘regret’ (pentimento), più che a concetti come ‘control’, ‘borders’ o addirittura ‘country’.
Proprio la parola “country” è al centro di una delle più sentite prese di posizione pro-remain mosse negli ultimi mesi: “If you can’t feed a country you haven’t got a country” (“se non puoi dar da mangiare ad una nazione, non hai una nazione”), recita il titolo di un articolo apparso sul The Guardian lo scorso maggio, in riferimento alla straordinaria iniziativa messa in atto da David Kay, direttore della Hall Hunter Partnership, colosso nella produzione agroalimentare del Regno Unito (da sola produce quasi un quarto del fabbisogno di genere da destinare ad altrettanti mostri sacri del settore come i supermercati TESCO).
Kay ha fatto recapitare a tutti gli abitanti dell’area West Sussex, in cui sorge la sua impresa, una lettera nella quale descrive con tono deciso a netto la realtà dei fatti, ma anche la sua linea d’azione rispetto alle conseguenze del referendum: solidarietà piena verso il personale impiegato, interamente proveniente dall’Est Europa con famiglie al seguito e battaglia ad oltranza verso quelle che saranno eventuali misure restrittive in tema di libera circolazione delle persone (quella che qui chiamano “hard brexit”). La sua non è una lotta pro-capitalismo, con il classico datore di lavoro che vede usurpati i propri diritti in termini di produzione e profitto. Kay si confronta quotidianamente con i propri dipendenti e, lungi dallo sviluppare un piano d’impresa  volto all’impiego di personale  ‘alternativo’ (come preannunciato da molte aziende), ha ammesso candidamente di essere disposto ad azionarsi sotto il profilo burocratico e richiedere eventuali visti di lavoro senza che ciò possa minimamente intaccare le condizioni economiche di ogni singolo contratto. Un impegno di dimensioni immani, dettato da motivazioni prevalentemente etiche (“Sono responsabile tanto della produttività della mia azienda quanto della vita e del benessere di 2100 persone”, aggiunge Kay) ed in quanto tale fatto mettere per iscritto su uno dei quotidiani più influenti dell’intera nazione.

Equality Walk
L’Equality Walk di Brighton

Al senso di solidarietà di David Kay fa eco Stonewall, storica associazione inglese da sempre strenua sostenitrice dei diritti della comunità LGBT. Stonewall sa cosa si intende per lotta, rivendicazione dei diritti delle minoranze poco (o per nulla) rappresentate, al punto tale che l’ormai storica Equality Walk (“Marcia dell’uguaglianza”) che ha luogo a Brighton la prima settimana di maggio, è stata un tripudio di bandiere blu con cerchi a 12 stelle, oltre che delle classiche iconografie tricolori. Manco a dirlo, quest’anno gran parte del comitato organizzatore era di nazionalità non britannica.

E’ invece britannico Brendan Cox, marito di Jo Cox, la nota esponente del partito laburista uccisa da un nazionalista neonazista in piena campagna elettorale nel 16 giugno 2016 per le sue posizioni anti Brexit:  Brendan ha difeso apertamente la comunità islamica lo scorso 23 marzo in occasione dell’attacco terroristico a Westminster, ritenendo che gli autori non avrebbero potuto rappresentare la comunità musulmana più di quanto Jo rappresentava il fronte Remain dello Jorkshire, suo collegio elettorale durante la campagna referendaria, canalizzando un messaggio fondamentale: ogni estremismo altro non è un’occasione di rinascita e crescita per chi vive ed alimenta posizioni moderate, per chi vive il mondo con curiosità e non con estraniazione, per chi cerca di comprendere la realtà anziché aggrapparsi ad un’ingloriosa ed estemporanea ‘exit’ dalla stessa.

È vero, il Regno Unito si sveglia di nuovo con un risultato elettorale da mal di testa, ma forse, nonostante in termini numerici il voto restituisca le stesse percentuali dello scorso anno, in un paese più consapevole (affluenza al 69%, la più alta da 20 anni, con un grande coinvolgimento dei giovani) e più attento a concetti di welfare, inclusione e parità.