Standing Rock: la protesta dei Sioux e l’America allo specchio

La protesta dei nativi americani contro il megaprogetto di un oleodotto che prevede di attraversare le terre ancestrali e il fiume Missouri diventa simbolo della resistenza delle comunità locali a difesa del territorio e delle risorse naturali.

Standing Rock

di Marina Ferrara

“Fate tesoro delle lezioni che abbiamo appreso qui e applicatele a casa: unità, pace, preghiera”.
E’ l’invito che Archambault II, capo della tribù Sioux di Standing Rock, ha rivolto in una lettera a tutti coloro che hanno partecipato alla lunga protesta contro il progetto del Dakota Access Pipeline (DAPL),  gigantesco oleodotto sotterraneo destinato a trasportare ogni giorno 470 mila barili di greggio (64 milioni di litri) attraverso gli Stati Uniti.
C’è un diffuso stordimento all’indomani dello storico parere negativo sul progetto espresso dall’US Army Corps Engineers (USACE), corpo dell’esercito nordamericano attivo dal 1775, incaricato di verificare l’ammissibilità di grandi opere come questa.  All’USACE compete, infatti, la valutazione dell’impatto su ambiente, sicurezza e molti altri aspetti, non ultimi la tutela delle riserve idriche e la salvaguardia di siti storici dei nativi americani. Eppure è percepita come clamorosa la mancata concessione alla Dakota Access delle autorizzazioni per la costruzione di un piccolo ma significativo tratto del DAPL, progettato per attraversare quattro stati  (North Dakota, South Dakota, Iowa e Illinois) snodandosi sotto aree agricole, strade, fiumi e laghi per oltre 1800 km.
Secondo la Energy Transfer Partners (ETP), colosso nato in Texas nel 1995 che ha già realizzato oltre 114mila km di oleodotti negli Stati Uniti e che detiene la Dakota Acces, il DAPL rappresenta un’irrinunciabile opportunità per generare occupazione e indotto sui territori, per decongestionare i trasporti su rotaia e soprattutto per rafforzare l’autonomia energetica degli Stati Uniti.
Eppure il movimento di opposizione al progetto si è spinto ben oltre la folcloristica rappresentazione che vede opposta la comunità dei Nativi Americani al colosso del petrolio, ottenendo una risonanza mediatica inaspettata e assumendo le sembianze di uno scontro tra due modelli di sviluppo.

 

La sfida dei Sioux al colosso dell’energia

Il dissenso dei nativi è stato manifestato sin dal primo giorno, nel 2014, in cui l’ETP mostrò il progetto del DAPL  allo Standing Rock Tribal Council: Archambault II, a nome dei Sioux di Standing Rock, dichiarò che un simile oleodotto nelle terre ancestrali non era accettabile e che la progettazione di un’opera di tale portata non avrebbe dovuto prescindere da un dialogo con la comunità nativa.
L’avversione al DAPL era motivata non solo dal timore di veder violato un territorio che custodisce evidenze storiche e culturali delle tribù, ma anche dai timori circa l’impatto ecologico del progetto: tra gli aspetti più critici evidenziati, in particolare, c’era l’attraversamento da parte dell’oleodotto del fiume Missouri, cruciale fonte di acqua potabile per la comunità che avrebbe rischiato di essere contaminata.

Standing Rock Foto di Joe Brusky
Standing Rock Foto di Joe Brusky

Preoccupazione, quest’ultima, condivisa da una grossa fetta di cittadini americani memori della lunga serie di disastri, esplosioni e riversamenti di petrolio che caratterizza la storia industriale degli Stati Uniti. Dai dati pubblicati dal Pipeline and Hazardous Materials Safety Administration (PHMSA), divisione del US Department Public Transportation, si evince che negli ultimi 20 anni si sono verificati oltre 11.800 incidenti connessi a oleodotti, gasdotti e metanodotti. Di questi quasi 6000 sono classificati come incidenti significativi, ovvero hanno registrato vittime e feriti, riversati quantitativi consistenti di petrolio o gas, generato grosse esplosioni oppure arrecato danni per oltre 50mila dollari. Nell’ultimo ventennio si contano 376 vittime, oltre 1400 feriti e una quantità di materiali riversati (nella maggior parte dei casi petrolio greggio) non ben definita, ma che avrebbe superato i 4 milioni di barili già nel 2013.

USA Pipeline Incidents Count 1996-2015 (Fonte: PHMSA - US Department Public Transportation)
USA Pipeline Incidents Count 1996-2015 (Fonte: PHMSA – US Department Public Transportation)

 

La protesta nel Sacred Stone Camp e il movimento nazionale

Il cantiere del DAPL è stato avviato nonostante le resistenze, ma l’opposizione al progetto ha assunto le sembianze di una stabile protesta nella primavera del 2016, quando la Dakota Access ha presentato una modifica al percorso dell’oleodotto tale da attraversare, oltre al fiume Missouri, anche il lago Oahe, posto a 800 metri dalla riserva Sioux e quarto bacino idrico per dimensioni degli Stati Uniti. Un camping di protesta, il Sacred Stone Camp, si è insediato stabilmente a Standing Rock, radunando nativi americani di oltre cento tribù diverse, ma anche cittadini americani solidali con la causa.

Sacred Stone Camp Foto di Dark Sevier
Sacred Stone Camp Foto di Dark Sevier

La gente ha continuato ad arrivare durante tutta l’estate da Stati diversi, per sostenere la comunità tribale e protestare contro la realizzazione del progetto, definendosi “Water Protectors” (protettori dell’acqua). Nonostante la natura pacifica delle manifestazioni non sono mancati episodi di dura repressione sia da parte delle autorità che ad opera del servizio d’ordine istituito a tutela del cantiere. La polizia antisommossa con equipaggiamento militare ha effettuato arresti massicci, si è servita di idranti, pallottole di gomma, spray al peperoncino, gas e cannoni sonori. Sono state inoltre denunciate umiliazioni, minacce, percosse e maltrattamenti, durante la detenzione, ai danni dei manifestanti nativi arrestati.
Tuttavia la protesta ha continuato a crescere ben oltre i confini del campo: le dimostrazioni contro il DAPL si sono diffuse in numerosi Stati americani e a Los Angeles si è tenuta una manifestazione davanti alla sede della CNN per chiedere ai media di dare spazio alla contestazione. Artisti di fama internazionale hanno preso parte a un concerto di solidarietà verso Standing Rock a Washington DC e molte celebrità, da Susan Sarandon a Leonardo Dicaprio, si sono pubblicamente espresse in favore della causa. Neil Young ha visitato il campo personalmente e ha poi indirizzato un accorato appello a Barack Obama, chiedendogli di mettere fine alle repressioni e ascoltare la voce dei nativi e di tutto il movimento. Una lettera sottoscritta da oltre trenta associazioni ambientaliste è stata indirizzata al Presidente, per chiedere un più attento esame del progetto da parte dell’US Army Corps of Engineers, contestando il procedimento semplificato di cui il progetto aveva goduto per l’attribuzione delle autorizzazioni. Nel frattempo la campagna di localizzazione virtuale presso i luoghi della protesta tramite Facebook ha raccolto oltre 1 milione di adesioni ed è stata funzionale, oltre che ad esprimere solidarietà sul social network, a complicare un paventato censimento dei manifestanti tramite servizi di geolocalizzazione ad opera delle forze dell’ordine.

 

L’eredità di Barack Obama

Si è arrivati così, lo scorso settembre e in occasione dell’ottava conferenza delle Nazioni Tribali alla Casa Bianca, ad una chiara e determinante apertura da parte del Presidente Barack Obama, che ha rotto il lungo silenzio che portava avanti dalla sua prima e ultima visita a Standing Rock nel 2014. Riferendosi esplicitamente alla protesta, ha ribadito la necessità di cooperazione e reciproco rispetto tra le parti e il dovere delle agenzie federali di coinvolgere e consultare le tribù interessate dagli interventi nelle terre ancestrali. Mentre la questione veniva dunque riesaminata dall’USACE,  il campo di protesta è rimasto a presidiare il territorio, con l’intenzione di affrontare l’inverno dopo le incoraggianti dalle parole del Presidente. A sostenere la causa ed aiutare i manifestanti ad attrezzare il campo invernale sono arrivati anche oltre tremila veterani, di cui si è fatto portavoce l’ex Marine e sergente di polizia Michael J. Wood (già noto per le sue pubbliche denunce della corruzione del Corpo di Polizia).  Il Sacred Stone Camp inaspettatamente è diventato un luogo simbolo ma anche un laboratorio di convivenza, dialogo e cooperazione tra i tanti volti della popolazione americana e i nativi americani. In questo clima è arrivata il 4 dicembre la notizia della bocciatura del progetto.

Una grande festa al campo è stata coronata da una cerimonia che ha visto centinaia di veterani inginocchiarsi al cospetto dei nativi, ai quali è stato chiesto perdono a nome dell’esercito statunitense per il genocidio e i crimini di guerra perpetrati ai danni degli indigeni. La cerimonia si è conclusa con una simbolica riconciliazione tra tribù native e cittadini americani nel segno della pace e della cooperazione.
Il progetto del DAPL tuttavia non può certo ritenersi superato, né la protesta può dirsi conclusa: come si legge nella lettera  di Archambault II ai Water Protectors, questa potrà proseguire in luoghi diversi e più appropriati ai cambiamenti di scenario, non ultime le aule di tribunale. “Presidente Obama, grazie per aver fermato temporaneamente il Dakota Access Pipeline. Ora fermalo definitivamente” è il messaggio contenuto nella petizione promossa dalla tribù Sioux di Standing Rock, ma è chiaro che la decisione sul futuro del progetto è ora nelle mani del Presidente eletto Donald Trump.

 

Scenari post-insediamento di Trump

Donald Trump e il suo staff non hanno fatto mistero del sostegno al progetto della Dakota Access. Il transition team di Trump ha infatti pubblicamente dichiarato il sostegno al DAPL anche in seguito alla sua bocciatura, definita una mossa politica poco condivisibile, e ha ribadito la necessità di realizzare l’oleodotto nell’ambito della più ampia politica di consolidamento dell’autonomia energetica degli Stati Uniti attraverso un intensivo ed efficiente sfruttamento delle risorse fossili interne. Infatti, sebbene non possa essere ignorato, il parere tecnico dell’Army Corps of Engineers non sancisce di per sé l’accantonamento del progetto, innanzitutto perché in esso si sottolinea la disponibilità a valutare tutte le possibili alternative e deviazioni utili a proseguire il progetto (prospettiva tuttavia che la Energy Transfer avrebbe addirittura respinto, rifiutando di farsi carico di costi e ritardi aggiuntivi).

Inoltre non è da escludere che il governo entrante attui una strategia volta ad aggirare la decisione, ad esempio spingendo verso una privatizzazione delle terre dei nativi allo scopo di aggirarne i vincoli federali. In questo percorso si inserirebbe anche la neo-costituita Native American Coalition i cui rappresentanti nativi non solo sostengono o sono sostenuti da grandi gruppi simili alla ETP, ma vedono nella privatizzazione delle terre ancestrali l’opportunità di semplificare lo sfruttamento delle risorse e di avviare l’anelato sviluppo economico e sociale delle riserve.

La determinazione di Donald Trump a sostenere il DAPL, secondo gli oppositori, sarebbe anche alimentata dal conflitto di interessi determinato dalle consistenti quote della Energy Tranfer (e della Philips 66) che detiene, oltre che dal cospicuo sovvenzionamento della sua campagna elettorale e del suo partito da parte del CEO della Energy Transfer, Kelcy Warren. Lo staff del Presidente eletto, tuttavia, ha fatto sapere che le quote in questione sono state in gran parte vendute proprio nelle ultime settimane.

Standing Rock Foto di Joe Brusky
Standing Rock Foto di Joe Brusky

 

Due Americhe a confronto

Dalla spaccatura dell’opinione pubblica intorno al Dakota Access Pipeline sembrano essersi delineate due Americhe possibili, due correnti che guardano al futuro del paese diversamente. Ciascuna delle due fazioni, contro ogni previsione riduzionista e semplicistica, è molto trasversale e attinge da categorie sociali, etniche e culturali differenti.
Da un lato troviamo una compagine che guarda al futuro del paese in un’ottica sviluppista, che poggia le sue fondamenta sulle prospettive con cui Trump ha conquistato gli elettori: protezionismo, rafforzamento delle politiche e delle economie interne, grandi investimenti per rilanciare le economie locali. In questo schieramento c’è l’elettore medio che ha votato per Donald Trump, disegnato da stampa e statistiche come un nordamericano bianco e arrabbiato, poco avvezzo all’accoglienza e al meticciamento. Ma è chiaro che, una volta smorzati i toni della campagna elettorale, il modello proposto da Trump che appiattisce la sfida per il futuro nel macrobiettivo dello sviluppo economico e dei grossi investimenti, può riscuotere facilmente adesioni anche in fasce della società non previste.
Dall’altro lato abbiamo una parte della popolazione che si erge a “protector” del territorio e del Paese, che è stata ben rappresentata in questi mesi dalla resistenza dei nativi americani, ma che ha raccolto intorno a sé componenti molto lontane, dai veterani agli attivisti per i diritti delle minoranze, dalla sinistra radicale dall’associazionismo ambientalista. Il popolo di Standing Rock ha mostrato di voler costruire un’identità americana fuori dagli stereotipi, dalle appartenenze etniche, religiose, storiche e di genere. Una identità fondata su un profondo senso di appartenenza alla terra e su un sentimento di cura e responsabilità verso il territorio e i suoi abitanti, oltre che verso le generazioni future.
Da chi sia composta la maggioranza del Paese ce lo hanno chiaramente detto le ultime elezioni, chi costruirà l’America di domani è una questione ancora aperta.