Storia di Ghayath, che ha disertato l’esercito siriano per non essere più complice

Oggi vive in Italia come rifugiato e racconta la sua storia: ho perso tutto solo per aver scelto di non essere parte di una guerra brutale

AFPAFP

di Redazione

Ghayath Abd Alaziz, il nome del protagonista di questa storia, è solo uno pseudonimo. Dietro di esso si nasconde l’identità di un disertore, uno dei tantissimi che dal 2011 hanno iniziato ad abbandonare le fila dell’esercito siriano, incapaci di rendersi complici del regime di Bashar al-Assad. Oggi Ghayath Abd Alaziz vive in Italia come rifugiato e ha deciso di raccontare la sua storia a chi la voglia ascoltare.

La storia di un qualunque ragazzo siriano che nel 2010 inizia la sua leva obbligatoria, convinto di dover trascorrere nell’esercito solo un anno e mezzo, come tutti, per poi potersene tornare a casa. Invece scoppia la Rivoluzione e la sua leva viene allungata a tre anni. A poco a poco Ghayath inizia a fare i conti con una realtà molto diversa dalle sue aspettative. Il primo febbraio 2013, il gruppo ribelle Jaysh al-Islam assedia il suo regimento.

“Ho iniziato a percepire che stavamo combattendo due nemici allo stesso tempo, uno fuori le mura e un altro dentro, in mezzo a noi”.

Il giorno dopo il tank su cui si trova viene preso di mira da tre granate. Le prime due provocano danni e un incendio, la terza lo centra in pieno. Ghayath è gravemente ferito e trascorre i primi giorni senza quasi poter ricevere soccorsi, insieme a molti suoi compagni feriti, a causa dell’accerchiamento. Quando l’esercito governativo alla fine riesce ad aprirsi un varco Ghayath viene trasferito in un ospedale e operato per estrarre le schegge di granata dalla sua faccia. Non tutte, però, che alcune sono così in profondità che la loro rimozione sarebbe troppo pericolosa.

“Da quel giorno, le altre schegge sono rimaste nella mia testa, vivono con me, aggrappate alla mia immaginazione, a ricordarmi per sempre i giorni più brutti della mia vita”.

Durante la convalescenza vede alla televisione le scene dei massacri che insanguinano il suo paese e quando arriva la comunicazione che lo abilita a tornare in servizio decide di fuggire, di diventare un disertore. Si procura dei documenti falsi e passa in segreto la frontiera con il Libano. A Beirut però non passa un controllo e viene arrestato. Seguono giorni di galera e torture. Dopo il rilascio resta a Beirut, dove trascorre gli ultimi tre anni praticamente rinchiuso in un appartamento. Inizia a scrivere, collabora con alcuni giornali, i pochi che hanno voglia di raccontare l’altra faccia della guerra in Siria.

“Ero senza identità, o una terra che fosse la mia, senza un obiettivo nella vita, solo perché avevo deciso di non fare parte di una guerra brutale”

Dopo una lunga attesa l’Italia accetta la sua richiesta di asilo e, appena due mesi fa, arriva nel nostro Paese con lo stato di rifugiato.

“Ho perso molto nel mio Paese. Ho perso la mia famiglia, i miei amici, la mia educazione e i miei sogni. Probabilmente c’è una sentenza di morte ad aspettarmi in Siria. Eppure non smetterò di essere convinto che quello che ho fatto è giusto, ho disertato per non essere mai più responsabile del fatto che altre persone perdano i loro familiari, i loro amici e i loro sogni”.