La storia di A. ovvero l’umanità dietro la retorica dell’accoglienza

A. è bengalese, ospite di una casa di accoglienza per minori stranieri non accompagnati a Caserta. A. ha due occhi neri che fanno male a guardarli davvero. Un po' di barbetta tipica dei suoi anni da adolescente e un sorriso che non ti aspetti.

Foto di Well-Bred KannanFoto di Well-Bred Kannan

di Deborah Divertito

Mentre Matteo Salvini era a Napoli, con tutti i sacrosanti riti di benvenuto che uno come lui si merita nella nostra città, io ero a lavoro e A. mi raccontava la sua storia. Anzi, A. ha VOLUTO raccontarmi parte della sua storia, nonostante un italiano ancora molto stentato. La concomitanza dei due eventi mi è sembrata quantomeno simbolica. E allora ho capito che non dovevo tenerla per me.

A. è bengalese, della città di Sylhet, ospite di una casa di accoglienza per minori stranieri non accompagnati. Anzi di MSNA. Perché non potete capire quanto piacciono le sigle a questi del Ministero e dei progetti sociali, non avete idea!
A. ha 17 anni, da due è in giro da solo per questa parte di mondo e per farlo il padre si è venduto la casa. Probabilmente l’unico bene che aveva, pur di far andare via il figlio maggiore dal proprio Paese. La disperazione.  I genitori sono anziani, il padre era un agricoltore, lavorava nei campi al servizio di parenti, ma visti gli acciacchi ha dovuto lasciare un lavoro logorante e faticoso per piazzarsi all’angolo di una strada a chiedere l’elemosina. Come se fosse più facile. Non lo è di sicuro nell’animo. La madre è malata, ha spesso problemi ai reni e A., quando deve parlarmi di lei, ricorda perfino alcune parole in italiano per assicurarsi che io capisca bene: “Mia mamma, mio cuore” con la mano sul petto. Lato sinistro.

A. ha due occhi neri che fanno male a guardarli davvero. Un po’ di barbetta tipica dei suoi anni da adolescente e un sorriso che non ti aspetti. Ma stavolta, quando sono arrivata nel mio turno a lavoro, A. non sorrideva.  Era a letto, non era andato al laboratorio di teatro, appuntamento invece solitamente imperdibile. Perché, in tutto ciò, A. ha una voce spettacolare. Un talento puro che vorremmo spingere senza esitare un attimo. Perché è di quelle voci che ti prendono alla bocca dello stomaco, non solo bella, ma piena di quello ha A. è stato fino ad ora e sta cercando di essere adesso. A. è un ragazzo molto sensibile, anche un po’ spione. Mi viene a dire quando qualche altro ospite della casa non pulisce bene la cucina, quando il suo compagno di stanza lascia le scarpe davanti al suo letto, quando un altro prende più frutta o più torta senza pensare anche agli altri. Noi cerchiamo di limitare queste ripicche per evitare screzi tra loro, ma sono pur sempre ragazzi che non si conoscono bene, provenienti da parti di mondo diverse, anche se con esperienze simili, parlano lingue diverse, anche se l’arabo li unisce nel credo religioso, e con un istinto di sopravvivenza molto più naturale del nostro. Va bene così, in fondo a volte ci aiuta a fare meglio il nostro lavoro, consegnandoci anche qualche sfida in più.

Insomma, A. oggi non era il solito. E proprio perché non ho intravisto il suo sorriso, mi sono permessa di chiedergli cosa fosse successo e lui mi ha ripagato dell’attenzione, con una cosa che aveva scritto sul suo quaderno verde in bengalese. Non una lingua, una musica. Non lettere, ma disegni. E allora è entrato in ufficio, mentre ero a fare la parte brutta dl mio lavoro, le carte, e mi ha voluto regalare la parte bella, le storie.
Il padre di A., oggi, è stato picchiato. Per l’ennesima volta. Sempre dagli zii, i suoi ex datori di lavoro. Perché? Perché hanno saputo che A. era in Italia, costretto dal padre a partire. E allora è uscito fuori il motivo vero della partenza, o, almeno, un motivo in più oltre la mancanza di soldi. Qui comincia il tentativo di farmi capire tutto, attraverso le parole scritte da lui, ma tradotte a me dall’amico connazionale che, anche lui molto stanco, trascina un italiano incerto che non è da lui. E allora capisco.

“La mia famiglia è molto debole. Ho otto zii, tutti hanno litigato con mio padre. Un giorno, qualche anno fa, mio padre al ritorno dalla preghiera è stato picchiato dai miei zii. Quando io ho visto mio padre in strada, aveva molto sangue. Il motivo era questo: mio padre lavorava come agricoltore per loro, ma non l’hanno pagato; quando lui ha chiesto i suoi soldi perché non poteva dar da mangiare alla sua famiglia, loro l’hanno picchiato. Quando ho visto mio padre in quelle condizioni, ho chiesto ai miei zii: “Perché?” e loro hanno risposto che la prossima volta l’avrebbero ucciso. Mio padre mi ha detto di andare a nascondermi da mia mamma (perché in Bangladesh marito e moglie non vivono insieme) e da lì, poi, sono partito per la Libia. Quando i miei zii l’hanno saputo, l’hanno picchiato di nuovo e un’ultima volta due mesi fa. Adesso l’hanno rifatto perché hanno saputo che sono in Italia. Mio padre è vecchio e debole e io sono preoccupato.”

Chi non lo sarebbe?

Quando lui è andato via dalla mia stanza, sono rimasta sola davanti al pc con le notizie che venivano dal comizio di Salvini e altre dal corteo, degenerato per un manipolo di imbecilli.

Ed è lì che ho visto la vera miseria dell’essere umano.