La terra di mezzo

Con questa passeggiata per le strade di una Tunisi luminosa e sospesa, iniziamo un vero e proprio viaggio alla scoperta dell'Altro. Giulia con le sue "lenti emozionali" ci porterà con sé, dalla Sicilia all'Africa, per consegnarci uno sguardo diverso sui luoghi e sulle persone.

TunisiFoto di Elisa Banfi

di Giulia Raciti

Tunisi – Il bianco quasi accecante della città vista dall’alto mi dà il benvenuto. Non lo ricordavo, o forse non ci avevo mai fatto davvero caso. La sensazione è quella di trovarmi all’interno di una leggera tempesta di sabbia, dolce.
Tunisi si presenta con le sue musiche per strada e gli artisti che improvvisano all’angolo dell’Avenue. Tunisi ha occhi meno schivi di una volta, attorniati da lunghe ciglia; la pelle degli uomini si porta addosso macchie di sole. Le scritte sui muri sono ancora lì, il mercato si veste degli stessi odori, il suono della lingua si intreccia al canto del muezzin nella moschea con le scarpe sull’uscio, allineate. Innumerevoli gatti scorazzano tra le gambe di uomini dal fisico asciutto, dai muscoli in tensione, intenti a trasportare carni in spalla lungo le strade scivolose del suq.
Ci sono delle cose che sembrano essersi nascoste allo scorrere del tempo; sembra che siano restate a guardare questi ultimi anni in silenzio e da un angolo in disparte.

E’ come stare in una terra di mezzo. Sento il mare sopra di noi, sento i barconi in partenza, sento gli arrivi sulle mie coste, sento i viaggi incerti, i fratelli da mesi nel paese al confine, il deserto sotto di me, le gambe di chi lo attraversa.

Il cadenzare dell’arabo tunisino fa cornice agli argomenti più diversi. Si parla molto a Tunisi, ci si scambiano storie. Si parla nei caffè, alla fermata della metro, all’università, nei negozietti e per strada. Ogni argomento lega la comunità, diventa questione alla quale nessuno è estraneo. Il timore della crisi economica, gli eventi che diffondono il terrore, i giovani desiderosi di partire. Il disagio è quello di tutti, il terrore è la realtà di tutti, e questi ragazzi sono figli di tutti.
Io non so che ruolo abbia la paura, è un qualcosa di troppo personale ed intimo che non mi è dato sapere. So solo che quasi ogni giorno mi ritrovo a passare, anche più volte, davanti ad un carro armato. È lì quasi sospeso, quasi a guardare la vita che, nonostante lui, scorre. Ogni volta gli passano innanzi ragazzini chiassosi all’uscita di scuola, coppie innamorate, coppie che litigano, amiche intente nei pettegolezzi, nonne con i nipoti. Passo anche io.

Non è la prima volta che mi ci trovo così vicina. Ci vuole un attimo perché diventi invisibile, perché possa ingannarci e farci credere che abbia il diritto di far parte del quotidiano. E ogni volta guardo la vita scorrere, e ogni volta spero che non ci si possa mai abituare alla sua presenza.

Tunisi
Foto di Giulia Raciti

È come stare in una terra di mezzo. Sento il mare sopra di noi, sento i barconi in partenza, sento gli arrivi sulle mie coste, sento i viaggi incerti, i fratelli da mesi nel paese al confine, il deserto sotto di me, le gambe di chi lo attraversa. Sento la voglia e la paura di chi vuole da qui partire, il rumore forte dei sogni, l’ansia delle madri che il mare spaventa, il coraggio e la paura, l’appoggio e il dissenso delle famiglie. Come una forza uguale e contraria, sento la speranza di chi nel paese chiede di esser accolto.

Sono immersa in tutti questi pensieri, quando ad un tratto, sulla metro che ci trasporta, stretti gli uni gli altri e simultaneamente ciondolanti, percepisco un uomo che mi osservava. Non mi sono accorta che l’uomo mi stava osservando già da qualche minuto. All’improvviso mi chiede se sono italiana. Rispondo, “Si”. Mi scappa un sorriso: è la prima persona che indovinava, dopo che per giorni sono stata scambiata per algerina, tunisina e libanese. L’uomo continua: “Noi siamo tuoi fratelli. Non devi avere paura. Sei una donna coraggiosa. Tu non preoccuparti, e riuscirai”.

Eccolo di nuovo, quel brivido che mi percorre la schiena quando percepisco che qualcosa di magico sta avvenendo. Qualcosa di magico perché estremamente umano. Ancora una volta sento quella sensazione di vicinanza, quella che ci permette di nutrire fiducia, quella forza che ci spinge a sentire l’altro come parte del nostro percorso. È quella stessa sensazione che provo ancora nel vedere gli occhi di mia nonna in quelli delle donne che mi sorridono.
E sempre sulla metro, ieri, ho avuto mia nonna vicino: quell’anziana donna che tra me e un saldo sostegno di ferro, ha scelto me. Senza nemmeno parlarmi ha preso il mio braccio, tenendolo stretto. Siamo rimaste unite per molte fermate.