Pane, amore, tonno e datteri

Torniamo a Tunisi con Giulia negli ultimi giorni del suo viaggio. La città si racconta, si esprime, si lascia gustare. Tunisi ci grida che siamo noi, con la nostra umanità, a fare la differenza.

TunisiFoto di Elisa Banfi

di Giulia Raciti

Tunisi – La vita non si stanca mai di manifestarsi. Vi guardo, condivido con voi le mattine di sudore sui mezzi pubblici, le mie labbra sono scottate dal thè bollente; scelgo i miei dolci preferiti al suq;  guardo i paesaggi da un louage che sfreccia verso il sud; seleziono la frutta più fresca al mercato; sbuffo con voi per il tram che si è fermato per minuti interminabili; una donna sulla settantina si prende cura di me all’hammam; attraverso la Medina per recarmi al lavoro muovendomi a zig-zag tra i turisti e le donne intente a scegliere il vestito più adatto, il dattero più succulento. Con il mio corpo di donna e nuove consapevolezze, sono tornata con nuovi occhi. Nel corso degli anni, percorsi le stesse strade con passo da turista, con passo incerto e curioso, con passo debole, poi con passo veloce, infine mi accorsi di stare procedendo con un passo sempre più simile al vostro.

Tunisi si racconta. È un uomo che ti stringe forte la mano e che ti indica la strada a costo di cambiare la sua, è una donna che prepara per ore un couscous da offrirti, una donna anziana che ti sorride sdentata presentandoti fiera le pagnotte appena cotte; è un ragazzo seduto sulle ringhiere che intona un canto con i compagni di scuola, battendo forte sul cartellone pubblicitario come fosse un tamburo, destando sguardi di rimprovero; è una studentessa che pensa che nella vita ci sia sempre una seconda possibilità; sono passi su strade strette; sono scritte sui muri che raccontano il passato e che inneggiano al futuro; è una folla di ragazzi che si ribella ad un governo che intende dimenticare errori imperdonabili e che gridano all’unisono “io non perdono”.

strada Tunisi
Foto di Giulia Raciti

Tunisi si esprime. Si esprime in inglese, la lingua delle relazioni con l’estero, la lingua dei ragazzi che sognano posti lontanissimi, dei dibattiti in classe, degli articoli accademici, è la lingua che racconta della Tunisia a chi forse fa finta di non vederla o non vuole vederla. Parla in francese, la lingua dei dibattiti culturali, la lingua coloniale, il modo alto di esprimere concetti complessi. Parla l’arabo classico, la lingua sacra della religione, la lingua dei media e della storia, la lingua dai suoni eleganti, dalla calligrafia che incanta. Ma Tunisi ha deciso di non rinunciare a nessuna di queste bellezze espressive: è l’arabo tunisino che celebra la loro unione, con i suoi salti tra parole di origine spagnola, italiana, come fossero acrobazie. Con il francese al quale sarà sempre dato il “benvenuto” tra una frase e l’altra. Il suo suono è secco ma deciso, veloce e con toni tanto cangianti che sembra quasi essere sulle montagne russe. È la lingua del popolo, la lingua dei ragazzi, dei venditori al mercato, delle serate nei café, delle battute divertenti, dei saluti e delle benedizioni.
E sembra tutti cambino quasi personalità saltando da un campo semantico all’altro. Ogni lingua veicola una diversa forma di pensiero, forme diverse di concepire lo stesso concetto. Ogni lingua ci dona una nuova personalità. Cambiamo il nostro mondo, quando lo chiamiamo in modi differenti. Traduciamo sentimenti, idee, non parole.

Tunisi si lascia gustare. Non si contano i sapori delle spezie, il thé verde raramente abbandona la menta sua alleata fedele, il tempo impiegato per preparare una fricassée per strada sembra sempre più una gara di velocità, le briciole sui tavoli diventano la traccia di un pasto gradito, il piccante non risparmia la gola, il dolce non ha mezze misure, l’acqua alla rosa ingrediente da veri intenditori.

Eccolo l’Altro. Si racconta, si fa sentire più che può. A volte lo si sente anche gridare. Lo guardiamo, lo gustiamo, a volte le sue facce son così diverse che ci chiediamo se potremo mai comprenderlo davvero. Ma c’è un elemento costante del quale possiamo fidarci. Questa costante siamo noi, la nostra storia personale: noi siamo il ponte che rende l’incontro reale, il linguaggio che rende il dialogo possibile.

Questo è il vissuto che ci rende sensibili ed infastiditi, empatici e distanti, curiosi e non curanti, infastiditi e disponibili.

Noi siamo l’elemento che fa la differenza.