Un altro Afghanistan, un lavoro da donne

Scuola Afganistan

di Roberto Todisco

Ci sono impegni che fanno tremare i polsi, pretendere che essere donna non voglia dire essere svantaggiate, ricattabili o “a disposizione” è uno di questi impegni. Ci sono posti del mondo nei quali chi va a scuola, vota o semplicemente scopre il volto, mette in conto di essere colpito dall’acido, l’Afghanistan è uno di questi posti.

Ci sono condizioni nelle quali andare a fare la spesa al mercato può significare saltare per aria insieme a qualche decina di persone, essere in guerra è una di queste condizioni. Abbiamo incontrato due ragazze afgane che hanno scelto di non arrendersi a tutto questo e ci siamo fatti raccontare come stanno davvero le cose a quasi dieci anni dall’inizio del conflitto. Queste due giovani donne, piccole e con gli occhi tranquilli, che a vederle non farebbero paura ad un bambino, solo perché hanno il coraggio di raccontare e perché fanno parte di un’associazione, RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), che si batte per i diritti umani, mettono a repentaglio le loro vite. Per questo non vi diciamo i loro nomi, ma vi preghiamo leggere attentamente le loro parole.
Cosa vuol dire, oggi, essere donne in Afghanistan?
Pur con la presenza delle truppe americane e degli altri occidentali, che dicevano avrebbero portato pace e sicurezza – le donne avranno diritti uguali agli uomini, dicevano, le ragazze andranno a scuola, a lavorare, all’università – ancora oggi le donne non si sentono protette, non hanno i diritti di base. Se vanno a scuola rischiano la vita, se chiedo diritti vengono picchiate dai loro mariti. Oppure si suicidano come Nadia Anjoman, che era una poetessa e come lei tante altre donne si sono tolte la vita.
Dunque la guerra e la “cacciata” dei talebani quali cambiamenti hanno prodotto sulla vita delle donne afgane? Che percezione hanno dei loro diritti?
La situazione delle donne non è cambiata come si era sperato e immaginato. Quando andranno via i Talibani, si pensava, si potrà andare a scuola e all’università e lavorare senza burqa. Adesso nelle città principali, in effetti, le donne possono andare a scuola e all’università e lavorare, ma nelle altre città ancora hanno tantissimi problemi. I talibani anche se hanno perso il potere, ancora esistono, danno fuoco alle scuole, tirano acido sulla faccia delle ragazze che vanno a scuola e le donne per la loro sicurezza ancora portano la burqa. Tante donne hanno perso i loro mariti e non hanno studiato sia perché c’ erano i talibani che hanno chiuso le scuole, sia perché con i jehadi la situazione non è migliorata poi molto. Sotto il regime dei jehadi sono state aperte le scuole, ma le ragazze non potevano andarci perché c’era la guerra, i bombardamenti oppure venivano rapite.
Il burqa è diventato uno dei simboli dell’Afganistan in occidente, da quando il paese, con la guerra, è entrato nei grandi circuiti di comunicazione. Una delle cose che si sentiva dire nei giorni immediatamente precedenti l’inizio della guerra era che le donne finalmente sarebbero potute andare in giro a volto scoperto. Per questo in noi occidentali crea grande disorientamento vedere le donne afgane ancora coperte da quegli indumenti colorati. Perché si porta ancora il burqa? Voi, quando siete in Afganistan, lo portate?
Questa è la prima domanda che ci facevano i primi tempi che eravamo in Italia. Prima dei talibani le donne non portavano la burqa, così quando sono stati cacciati le donne l’hanno tolta, ma solo a Kabul, mentre nelle altre città, anche nel centro più vicino a Kabul, Jalalabad, le donne ancora portano la burqa perché hanno paura e non si sentono protette. I talibani ci sono ancora, fanno attacchi suicidi nei quali muoiono tante persone innocenti. Come detto, danno fuoco alle scuole e durante le elezioni aggrediscono chi va a votare, arrivano a tagliare loro il naso e le orecchie. Solo Hamid Karzai e gli americani dicono che c’ é la democrazia e le donne hanno diritti uguali agli uomini, ma secondo le donne afghane non esistono queste cose. Io abito a Kabul e l’anno scorso sono andata in un’altra città insieme alla mia famiglia e per sicurezza io e mia mamma abbiamo portato la burqa, perché è pericoloso andare senza.
Che cos’è RAWA?
RAWA (Revolutionary Association of Women of Afghanistan), l’Associazione Rivoluzionaria delle Donne d’Afghanistan, è nata nel 1977 a Kabul, come organizzazione socio-politica indipendente di donne afghane in lotta per i diritti umani e la giustizia sociale in Afghanistan. È stata fondata da un gruppo di donne intellettuali afghane guidate da Meena, assassinata nel 1987 a Quetta, in Pakistan, dagli agenti afghani dell’allora KGB, in connivenza con i fondamentalisti di Gulbuddin Hekmatyar. L’obiettivo di RAWA era coinvolgere un crescente numero di donne afghane in attività politiche e sociali volte ad ottenere diritti umani per le donne e contribuire alla lotta per la ricostituzione in Afghanistan di un governo basato su valori democratici e secolari. Nonostante l’opprimente atmosfera politica, RAWA fu ben presto coinvolta in molteplici attività in ambito socio-politico, comprendenti sia istruzione, sanità ed economia, che attività politica.
Come procede la vostra lotta?
Prima del colpo di stato diretto da Mosca nell’aprile del 1978 in Afghanistan, le attività di RAWA erano limitate alla propaganda per i diritti delle donne e la democrazia, ma dopo il colpo di stato e, in particolar modo, dopo l’occupazione sovietica dell’Afghanistan nel dicembre 1979, RAWA fu direttamente coinvolta nella resistenza. Al contrario della maggior parte dei «Guerriglieri della libertà» fondamentalisti islamici della resistenza contro i Sovietici, RAWA chiese fin dall’inizio democrazia e secolarizzazione. Nonostante gli orrori e l’oppressione politica, l’interesse per RAWA e la sua influenza crebbero negli anni dell’occupazione sovietica e un numero crescente di attiviste di RAWA fu inviato a lavorare tra le donne rifugiate in Pakistan. Allo scopo di indirizzarsi ai bisogni immediati delle donne rifugiate e dei bambini, RAWA organizzò scuole con alloggi per bambini e bambine e un ospedale dotato di nuclei mobili a Quetta, in Pakistan. RAWA promosse inoltre corsi di infermeria, corsi di alfabetizzazione e corsi per l’avviamento professionale delle donne. Le manifestazioni contro gli invasori sovietici e i loro alleati e, più tardi, contro i fondamentalisti, e le denunce dei loro tradimenti e dei loro crimini, sono stati un marchio delle attività politiche di RAWA. Fu proprio come conseguenza della lotta contro l’occupazione sovietica che RAWA era ricercata dai sovietici e dai loro sostenitori, mentre i fondamentalisti islamici sfogavano la loro ira nei confronti della nostra associazione per le nostre posizioni democratiche, laiche e antifondamentaliste. Il nostro atteggiamento senza compromessi contro questi due nemici del nostro popolo ci è costato caro, come testimoniano il martirio della nostra leader fondatrice e di un gran numero di attiviste chiave, ma noi abbiamo resistito con forza e continuiamo a difendere i nostri principi, nonostante i colpi mortali subiti.
Con lo scopo di diffondere le nostre opinioni e i nostri obiettivi e di dare alle donne afghane consapevolezza sociale e politica riguardo ai loro diritti e alle loro potenzialità, RAWA pubblica dal 1981 una rivista bilingue (persiano/pashtu), Payam-e-Zan (Messaggio delle donne). Per coloro che non parlano persiano o pashtu sono disponibili supplementi in urdu e in inglese.
Voi raccontate, in Afganistan e fuori, come stanno davvero le cose. Questo dagli altri afgani come è considerato? Le donne, per esempio, temono che il vostro operato peggiori la loro condizione?
Noi raccontiamo della situazione dell’Afghanistan sia all’esterno che all’interno del paese e diciamo la verità alle persone che non sanno chi sono i nostri nemici e chi ha portato questa situazione nel nostro paese. Per gli stranieri é molto interessante perché loro dai media vedono e ascoltano cose diverse e quando noi raccontiamo la verità a loro fa piacere e, fra l’altro, tramite questi discorsi abbiamo trovato tanti sostenitori. Però se raccontiamo alla nostra gente troviamo tanta difficoltà, perché ci sono molti nostri connazionali che non sanno la verità sulla guerra. Ci sono persone che appartengono alle famiglie dei criminali che noi denunciamo o alle loro etnie e allora minacciano di morte i membri di rawa. Certo c’è anche chi viene da noi. rawa sempre dice alla gente di alzare la voce e di andare contro questi criminali, però qualche volte succede che le persone, anche se sanno che rawa dice la verità, non vogliono più ascoltare, perché sono veramente stanchi di questa guerra, ma rawa continua e non smette mai di lottare.
Tornerete in Afganistan?
Certo che torniamo in Afghanistan: se ogn’uno di noi rimane qui o negli altri paesi occidentali, allora chi cambierà la situazione? L’Afghanistan ha bisogno di noi, delle persone che hanno studiato, delle persone che alzano la voce e vogliano la giustizia.